giovedì 22 giugno 2017

Venezia, Teatro La Fenice. Monteverdi: La favola di Orfeo, Il ritorno di Ulisse in patria, L'incoronazione di Poppea.

VENEZIA MUSICA. MONTEVERDI 450
TEATRO LA FENICE
16, 19 GIUGNO: L’ORFEO
17, 20 GIUGNO: IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA
18, 21 GIUGNO: L’INCORONAZIONE DI POPPEA

L’ORFEO
Orfeo Krystian Adam
La Musica / Euridice Hana Blažiková
Messaggera Lucile Richardot
Proserpina Francesca Boncompagni
Caronte / Plutone Gianluca Buratto
Speranza Kangmin Justin Kim
Apollo Furio Zanasi
Pastore I Francisco Fernández-Rueda
Pastore II / Spirito I / Eco Gareth Treseder
Pastore IV / Spirito III John Taylor Ward
Pastore III Michal Czerniawski
Spirito II Zachary Wilder
Ninfa Anna Dennis

IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA
Ulisse Furio Zanasi
Penelope Lucile Richardot
Telemaco Krystian Adam
Minerva / Fortuna Hana Blažiková
Tempo / Nettuno / Antinoo Gianluca Buratto
Pisandro Michal Czerniawski
Anfinomo Gareth Treseder
Eurimaco Zachary Wilder
Melanto Anna Dennis
Giove John Taylor Ward
Giunone Francesca Boncompagni
Iro Robert Burt
Eumete Francisco Fernández-Rueda
Umana Fragilità Carlo Vistoli
Amore Silvia Fridato
Ericlea Francesca Biliotti

L’INCORONAZIONE DI POPPEA
Poppea / Fortuna Hana Blažiková
Nerone Kangmin Justin Kim
Ottavia Marianna Pizzolato
Seneca Gianluca Buratto
Ottone Carlo Vistoli
Drusila / Virtù / Pallade Anna Dennis
Arnalta / Venere Lucile Richardot
Amore / Valletto Silvia Frigato
Soldato I / Liberto Furio Zanasi
Famigliari Gareth Treseder
Lucano Zachary Wilder
Damigella Francesca Boncompagni
Mercurio / Littore John Taylor Ward
Nutrice Michal Czerniawski
Soldato II Robert Burt

Direttore Sir John Eliot Gardiner
Regia Sir John Eliot Gardiner e Elsa
Rooke
Costumi Patricia Hofstede
Luci Rick Fisher
Assistenti musicali Paolo Zanzu e Antonio Greco
Monteverdi Choir
English Baroque Soloists

Date del Tour Europeo e in USA
Aix-en-Provence
10 aprile: Il ritorno di Ulisse in patria
Bristol
12 aprile: Il ritorno di Ulisse in patria
8 maggio: L’incoronazione di Poppea
28 maggio: L’Orfeo
Barcellona
3 maggio: Il ritorno di Ulisse in patria
Venezia
16, 19 giugno: L’Orfeo
17, 20 giugno: Il ritorno di Ulisse in patria
18, 21 giugno: L’incoronazione di Poppea
Salisburgo
26 luglio: L’Orfeo
28 luglio: Il ritorno di Ulisse in patria
29 luglio: L’incoronazione di Poppea
Edinburgo
14 agosto: L’Orfeo
15 agosto: Il ritorno di Ulisse in patria
17 agosto: L’incoronazione di Poppea
Lucerna
22 agosto: L’Orfeo
25 agosto: Il ritorno di Ulisse in patria
26 agosto: L’incoronazione di Poppea
Berlino
2 settembre: L’Orfeo
3 settembre: Il ritorno di Ulisse in patria
5 settembre: L’incoronazione di Poppea
Bratislava
7, 8 settembre: Il ritorno di Ulisse in patria
Parigi
16 settembre: L’Orfeo
17 settembre: Il ritorno di Ulisse in patria
18 settembre: L’incoronazione di Poppea
Chicago
12 ottobre: L’Orfeo
13 ottobre: Il ritorno di Ulisse in patria
15 ottobre: L’incoronazione di Poppea
New York
18 ottobre: L’Orfeo
19 ottobre: Il ritorno di Ulisse in patria
21 ottobre: L’incoronazione di Poppea

Il teatro ha esigenze che una registrazione finalizzata al solo ascolto ignora. In studio è possibile, infatti, ricorrere a tutti gli artifici e a tutte le sottigliezze che fingono un’esecuzione fedele a quella probabilmente tenutasi la prima volta. Dico fingono e probabilmente, perché nessuno ha ancora inventato una macchina del tempo cge ci permetta di assistere a quella rappresentazione. Una fantasiosa interpretazione della relatività ha scatenato l’immaginazione di scrittori e registi, spesso con risultati gradevoli, come nel film Ritorno a futuro, ma la realtà è un’altra cosa e la relatività riguarda fino a un certo punto la vita degli uomini. Del resto non la riguardava né la cosmologia di Tolomeo né, ancora meno, la gravitazione universale di Newton. Più vicina all’idea moderna di tempo, se mai, la teorizzazione di Aristotele nel quarto libro della Fisica, che si figura il tempo non come dato oggettivo, reale, ma solo come una misura del cambiamento: non ci fossero cambiamenti, il tempo non sarebbe percepito. Il palcoscenico è il regno dell’imprevisto, e anche la regia più attenta e scrupolosa, l’esecuzione musicale più pignola non potranno mai impedire l’irruzione dell’imprevisto, un abbassamento della voce, un’improvvisa dimenticanza, un’entrata fuori tempo. Pretendere, perciò, un’osservanza iperfilologica della partitura sul palcoscenico è impossibile. Così come è irreale qualunque idea di restituire la rappresentazione proprio come la si faceva allora. Allora, quando? La prima volta, le repliche, le riprese? E quando anche si potesse restituire la rappresentazione della prima volta, c’è una cosa che non si potrà più restituire: l’orecchio e la vista del pubblico di allora. Il pubblico di oggi ha nelle orecchie la musica di oggi, negli occhi il teatro di oggi. Ma poi quale filologia, in una rappresentazione? La filologia è ricostruzione di un testo. Sulla prassi esecutiva, si possono fare solo ipotesi, e restano ipotesi anche quando sono apparentemente documentatissime. Emilia Fadini diceva che quando anche si rispettassero tutti parametri di un’interpretazione che rispetta le prassi storiche di esecuzione, dovrà anche inventarsi, però, la libertà con cui storicamente si eseguivano le musiche e si rappresentava il teatro. Il teatro, poi, è sempre teatro nuovo, moderno, reinventato. E’ gioco di illusioni, non macchina della verità. Lo raffigura splendidamente Corneille nell’Illusion comique. Spiega anche bene come la verità del teatro sia proprio la sua capacità di creare fantasmagorie, di offrire sulla scena le illusioni che il pubblico chiede. L’idea di Sir John Eliot Gardiner è molto semplice, si fonda su un presupposto filologico certo. Il melodramma di Monteverdi è soprattutto recitazione. Il canto aderisce al testo, non per assecondarlo piattamente, ma per metterne in risalto i valori drammatici ed espressivi. In tal senso la drammaturgia monteverdiana anticipa quella di Musorsgkij e Debussy. Il cantante è prima di tutto un attore. La pagina è un appunto alle invenzioni drammatiche dell’attore, come il copione di una tragedia o di una commedia per il coevo teatro elisabettiano. Quanto alla partecipazione degli strumenti, se, per le sue funzioni celebrative, la stampa della Favola d’Orfeo è puntigliosa nell’indicare gli strumenti adoperati nella rappresentazione del 1607, ma senza comunque metterli in partitura, i manoscritti del Ritorno di Ulisse in patria e dell’Incoronazione di Poppea si limitano a segnare le parti dei personaggi e la linea del basso. Pertanto il direttore deve inventarsela, la compagine strumentale. Questo ha fatto Gardiner. Probabilmente abbondando un po’ troppo nell’uso degli strumenti, soprattutto nell’Incoronazione di Poppea. Ma criticarlo per questo sarebbe cercare il pelo nell’uovo. Perché il teatro è teatro, e se un’invenzione, anche infedele al testo, troppo libera quanto a ricostruzione di prassi esecutive, funziona, allora va bene, è teatro. Le tre serate sono state entusiasmanti, vive, la recitazione e apparsa di un’intensità indimenticabile e ha conquistato tutti. Io mi sono perfino commosso. Ma commosso con le lacrime agli occhi. Per esempio al racconto della Messaggera, alla preghiera di Proserpina, al lamento di Penelope, all’incontro di Ulisse con il figlio, all’addio a Roma di Ottavia, alla ninna nanna di Arnalta. E mi sono eccitato, entusiasmato, alle parti scherzose, ai duetti voluttuosi di Nerone e di Poppea. I personaggi davvero recitano cantando. E con una proprietà di dizione invidiabile, salvo qualcuno. Andrebbero citati tutti. E chi legge queste righe vada sopra alle locandine. Ma come dimenticare l’effusivo Orfeo e il Telemaco di Krystian Adam, la Proserpina di Francesca Boncompagni e la Musica e la Poppea di Hana Blažíková, o la Penelope e l’Arnalata di Lucile Richardot, l’Umana Fragilità e l’Ottone di Carlo Vistoli? Ma si fa un torto a tutti gli altri, passandoli sotto silenzio. Si leggano attentamente le locandine. La regia, scarna, essenziale, opratyicamente il movimento dei personaggi sulla scena, tra gli strumenti, è dello stesso Gardiner, insieme a Elsa Rooke. I costumi sono di Patricia Hofstede, e sono il lato più fiacco della rappresentazione, sciatti, insignificanti. Abiti del tutto moderni avrebbero funzionato meglio. Splendido effetto fanno sulla scena gli strumenti dell’English Baroque Soloists, così come meravigliosi risultano alla vista e all’ascolto, i componenti del Monteverdi Choir. Gli spettacoli, accuratissimi, stanno girando per l’Europa e per il mondo a festeggiare i 450 anni dalla nascita di Monteverdi. Io li ho visti al Teatro La Fenice di Venezia il 16, 17, 18 giugno scorsi. Pubblico entusiasta, si spellava le mani per applaudire tutti. Ed era una bella Torre di Babele riempita da ospiti di tutto il mondo. Mi sono così ricordato che Monteverdi è molto più rappresentato nel resto di Europa e nel mondo che in Italia. Che si chiama Coro Monteverdi un coro inglese e nessun coro italiano. Bravi, noi italiani! Suicidiamoci così. Con la cultura non si mangia, disse un ministro dell’economia della Repubblica Italiana. Ma questi che lo seguono. Sono meno brutali nel linguaggio, però negli atti ne seguono l’esempio. Ahi serva Italia!

Dino Villatico

Venezia 19 giugno 2017


martedì 13 giugno 2017

Massimiliano Felli, Il velo davanti agli occhi

Massimiliano Felli, Il velo davanti agli occhi, Napoli, Stamperia del Valentino, “Giallo Valentino”, 2015, pagg. 160, € 15,00

Il primo di una bella tetralogia diciamo, per il momento, poliziesca di Massimiliano Felli. Già ho scritto su questo blog della Carrozza di Priapo. A presto, mi occuperò anche del Fuoco in fondo al mare e dell’ultimo, De Peccatis Nostris. Felli conferma, anche in questo romanzo, le sue qualità più personali: l’invenzione linguistica inesauribile, da una parte, e l’organizzazione narrativa perfetta come il meccanismo di un orologio, dall’altra. Si affronta un fatto reale: il suicidio del tenore Adolphe Nourrit, al quale Bellini e Donizetti, ma anche Auber, Halévy e Meyerbeer, devono quasi tutto. Rossini lo prediligeva, e lo scelse per Le siège de Corinthe, Moïse et Pharaon, Le Comte Ory e Guillaume Tell. Si uccise a Napoli, l’8 marzo 1839, gettandosi da un balcone del palazzo Barbaja, in via Toledo. Stava provando l’ultima opera che Donizetti stava componendo per il Teatro di San Carlo, il Poliuto, dalla bella tragedia di Corneille. Ma il suicidio riesce sospetto al Commissario Cafasso, che accusa di omicidio lo stesso Donizetti. Per gelosia. Sarà l’Ispettore Sammartino, un bel giovane biondo, che piace alle donne, a risolvere il caso. Il vecchio Commissario la prende come un’insubordinazione e se la lega al dito. E appena può spedisce l’intraprendente giovane lontano, in Puglia. Ma la vicenda, che appassiona fin dalle prime pagine, anche per la celebrità dei personaggi coinvolti, è al solito pretesto per la raffigurazione di un’ampia galleria di personaggi, caratterizzati soprattutto linguisticamente, e qui sta la forza della scrittura di Felli. Indubbiamente il modello lontano resta Gadda, ma sarebbe sbagliato leggere in Felli un imitatore. Non si tratta d’imitare la scrittura di Gadda, ma di assorbirne i procedimenti. E l’invenzione linguistica sgorga fluida e piena di sorprese, viva come colta con il registratore sulla bocca dei personaggi. Ma è un’impressione fallace: quella fluidità, quella naturalezza, la sorpresa delle invenzioni lessicali, sono frutto di una paziente e laboriosa ricerca, di una costruzione capillare che innerva ogni riga della scorrevolissima prosa narrativa. Donizetti comunque non ci fa una bella figura. Era un puttaniere e come tale viene ritratto. La scena del litigio con la donna che ha messo incinta è un capolavoro di vivacità che sembra uscire da una sceneggiata napoletana.

“Ma cosa dici! Non statela a sentire!”
“E’ vero! Assassino! Voglio vederti distrutto!”
“E io ti ammazzo!”
“Sì, ammazza pure a me! Come Nourrit! Ammazami, che aspetti?”

Ma dietro la sceneggiata c’è anche l’eterna ambiguità politica del popolo italiano. Come nell’Epilogo. E’ scoppiato il ‘48. Ma le pagine che lo raccontano, attraverso gli occhi di Cafasso, ricordano più quelle del lucido Cuoco che spiega il fallimento del ‘99, che quelle dell’appassionato De Sanctis imprigionato insieme ai suoi studenti.

“Al principio c’era pure chi si era illuso, tra i liberali, chi ci aveva creduto, a quella pulcinellata. Che si aspettavano, diceva Cafasso, che Ferdinando si fosse illuminato tutt’assieme? Che mò, bello e buono, Mazzini gli faceva scendere la Pentecoste e quello s’appicciava come un fiannifero per il sacro fuoco della Libertà? Intanto il popolo in tumulto, accecato dalla polvere del suo stesso marciare, assordato dalle sue stesse grida contro il tiranno, continuava a sbandarsi, perseverava disordinatamente nella ribellione, calpestando i propri morti, bruttando di sangue l’intera città, il regnp intero, senza avvedersi che di risultati concreti. dall’inizio dell’anno, non ne avevano ottenuto nemmeno uno.
“O meglio, uno sì. Uno solo. La Censura teatrale, che si era fatta più lasca”,

O queste amare riflessioni dell’irritato Cafasso, perché un giovane più bravo di lui lo coglie in fallo.

“E d’altro canto avevano ragione. Era arrivata l’ora di ritirarsi, Cafasso il mondo non lo capiva più. (Sapete quando che s’invecchia?, aveva detto a Sammartino l’ultima volta che si erano visti. Non è un fatto di età. Quando non riesci più a spiegarti il senso di ciò che accade intorno ate, allora vuol dire che ti sei fatto vecchio. Ma aveva pure aggiunto, Sammartì, e lo sapete invece fino a quando possiamo dire di essere ancora giovani? E’ semplice, tenetevelo a mente. Finché si ha l’ingenuità di credere che noi non ripeteremo mai gli errori commessi da chi ci ha preceduto).”

Ma di queste riflessioni spiazzanti, e della lingua che le dice, tutto il racconto è pieno e si fa leggere d’un fiato. Per la storia che racconta e per come la storia è raccontata.
Riflettendo sugli altri due romanzi della tetralogia cercherò di trarre più in là le conseguenze, riguardo a quella che mi sembra una nuova stagione della narrativa italiana, una letteratura sottobanco, poco appariscente, ignorata dai grandi editori e ancora più dai premi letterari. Quasi tutta di scrittori sotto i quaranta. Ma non è un fenomeno generazionale o non è solo un fenomeno generazionale. Credo che questi scrittori siano più attenti a quanto si scrive anche fuori d’Italia e più attenti, soprattutto, a quanto accade nella società in cui o per scelta o loro malgrado sono immersi. E, cosa ancora più importante, sono scrittori che se ne fregano di guardarsi l’ombelico o d’ispezionare quello degli altri. Ma consapevoli che per raccontarla , questa realtà, di cui si sentono parte, si richiede da parte loro un controllo scrupoloso, pignolo, infaticabile, dello stile. E della struttura narrativa. Non a caso sfiorano tutti il romanzo di genere: il giallo, il noir, ma senza caderci dentro. Nell’attesa, godiamoci, ma veramente, abbandonassi al flusso dell’invenzione, i racconti di questa bella tetralogia d’indagini poliziesche in una Napoli del secolo XIX, viva come se fosse quella di oggi. E ugualmente complessa, imprevedibile, tragica e comica insieme, nobile e miserabile, sublime e depravata, una città vera, e non l’idea o il fantasma di una città come la si vorrebbe o la si sogna.

Fiano Romano, 13 giugno 2016
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