martedì 8 agosto 2017

David Trueba, Tierra de Campos

David Trueba, Tierra de Campos, Barcelona, Anagrama, 2017, pp. 404. € 20,90. Esiste anche in formato digitale epub, e in pdf.

“Hacerse adulto puede que signifique aceptar el caos o al menos aprender a convivir con él”, pag. 393. Farsi adulti può darsi che significhi accettare il caos o quanto meno imparare a convivere con esso. Chi sa, sta forse qui il succo di tutto il romanzo. Che comincia con un fatto incomprensibile: un carro funebre davanti a una casa in cui non c’è nessun morto. Il narratore, Dani Mosca, al secolo Daniel Campos, cantautore di un certo successo, piano piano, svegliato di soprassalto dai figli, prende coscienza della situazione. Ai figli, dai nomi strani, Maya e Ryo (poi si capirà che figli di una moglie giapponese, Kei, violoncellista, dalla quale si è separato), papà papà c’è un carro funebre davanti casa, chi è morto? Dopo vari capitoli, tutti, come nel resto del romanzo, dai titoli strani, frasi di dialogo, di riflessioni, di spezzoni del capitolo stesso, in cui si racconta l’infanzia – la cugina a cui chiede di fargli vedere le tette, il cugino con cui confronta le misure del proprio cazzo e del suo, e la loro capacità di schizzo, la scuola cattolica di preti ignoranti, oltre che cinici, ipocriti e ancora franchisti, di compagni anarchici, con cui poi mette insieme una banda musicale, e le sortite, le prime scopate, l’istitutrice di nuoto, Oliva, di cui s’innamora e diventa amante per anni, dopo tutto questo, ai figli glielo spiega che ci fa quel carro funebre davanti casa, e per spiegarglielo, altri capitoli raccontano di come all’aeroporto di Barajas, la ragazza del check in gli dice che non ci sono posti sul volo per Mallorca, proprio nessuno? Nessuno, e Dani scoppia a piangere. La ragazza s’impressiona, si commuove, chiede se si sente bene, che cosa è successo? E’ morto mio padre. Allora la ragazza si affanna a cercare tre posti, per Dani e per i figli. E intanto chiede: da molto? Da un mese. E il narratore riflette che non aveva pianto quando il padre era morto, ma piange adesso che non può portare i figli a Mallorca, che a casa la madre con l’Alzheimer non lo riconosce più, gli fa domande senza senso. Tuttavia alla fine i posti si trovano, e parte per Mallorca con i figli. Ma siamo ancora a meno di un terzo del romanzo. L’amore con Oliva, l’istitutrice di nuoto. E la fine dell’amore. Le canzoni, il successo, l’irruzione di Gus, già nel collegio, spudoratamente gay, e guida del gruppo. La morte di Gus per overdose, liquidata come suicidio dalla polizia, per nascondere il festino di gente importante. Il viaggio in Giappone, l’avventura con Kei, la sua vita a Tokyo per cinque anni e poi il ritorno a Madrid. Impossibile riassumere la trama. O si dovrebbe riraccontare tutto il romanzo punto per punto, rigo per rigo. Il racconto procede avanti e indietro negli anni. I dialoghi inseriti nella prosa come parte della narrazione, indispensabile momento della sua sintassi, senza segni d’interpunzione, senza virgolette né trattini. Ecco, il vero miracolo di questo romanzo è la sua prosa, fluida come un racconto parlato, come uscisse via via dalla bocca del narratore. Eppure, invece, controllatissima, misuratissima, discorso diretto e indiretto s’intrecciano, passano l’uno nell’altro continuamente, senz’interruzione. Lessico quotidiano e lessico colto anch’essi s’intrecciano come la sintassi ora spezzata, breve, colloquiale, esclusiva d’ogni coordinazione che non sia paratattica, ora invece complessa, riflessiva, inclusiva delle forme più complicate di subordinazione. Un maestro, che non teme confronti. Le pagine sulla madre sfidano quelle di Proust. Ma, naturalmente, appaiono più disinvolte, più casuali, meno compiaciute della loro sottigliezza, e tuttavia ugualmente amare, intrise di un dolore ugualmente inguaribile. Ma poi c’è il rapporto continuo, persistente con il padre. Un rapporto ossessivo, ma colmo di amore, si direbbe un figlio innamorato di suo padre e suo padre del figlio. Il confronto, la sorpresa, ad ogni nuovo accadimento, di somigliargli. E pensare che si credeva invece l’opposto, che litigavano sempre, che non andavano mai d’accordo in niente, nemmeno nell’arredamento della casa, non parliamo della scelta di vita: scrivi canzoni? E si vive con questo? Ma quando te lo trovi un lavoro serio? E ad ogni scoperta di un’affinità insospettata, invece si chiede: si eredita, questo? La continuità degli affetti, padre, madre vera e madre adottiva, lui figlio di uno stupro perpetrato dal padre, ma la madre adottiva tenera come una madre vera, amici, amanti, si perpetua nel tempo, anche quando il rapporto s’interrompe, perché si muore, perché si perde la ragione, perché finisce un amore, o semplicemente perché la vita cammina, e ciò che si vive, una volta vissuto, resta indietro, non si riacciuffa. Porto mio padre nel cimitero del paese in cui è nato, spiega finalmente Dani ai suoi figli. Glielo devo. Non amava Madrid. Era rimasto un contadino di Castilgia, l’ebreo cacciato dai Cattolici, tutti i Campos (cognome di molti ebrei rimasti in Spagna, e assimilatisi ai cristiani), sì, di tutti Campos che non se ne erano voluti andare via. Il gioco di parole in italiano è intraducibile: campo significa campo come in italiano, ma è anche appunto un cognome ebraico e il nome di unterritorio della Castiglia. L’ebreo Campos, cristianizzato. aveva potuto perfino combattere con Franco, per Franco, e sentirsi così più spagnolo degli spagnoli. Ma poi gli altri morti, non erano anch’essi spagnoli? E aveva smesso di combattere per Franco, di credere in Franco. Gli ebrei rimasti si chiamavano Campos, come le terre di Castiglia a nord di Madrid. E quella terra era il suo nome, il suo sangue. Il romanzo racconta il percorso da Madrid a Campos sul carro funebre con la bara del padre, a guidarlo un emigrante colombiano, la festa del villaggio per il ritorno del figio celebre, e gli incontri con i comapgni d’infanzia, i cugini, le cugine, ormai anch’essi adulti, invecchiati, disillusi. Festosi solo di questa festa insperata, la festa per il seppellimento del padre di un figlio celebre, natientrambi nel villaggio, da cui erano invano scappati via, qui sono le tue radici, gli dice il sindaco con cui da ragazzo si misuravano il cazzo, perché rispondergli: non ho radici? E poi il racconto, brevissimo, del ritorno a Madrid con i figli e con Animal, il batterista del gruppo, sul furgoncino delle tournée di cantautore. La figlia ha raccolto un gattino e se lo porta con sé. Questo viaggio di andata e rotorno dura 404 pagine. E durante il viaggio si ripercorre tutta la vita del cantautore. Si pensa a Quevedo, allo stesso Cervantes: a tutta una tradizione spagnola in cui si raccontano gli emarginati, i solitari, i sognatori. Si pensa ai film di Almodóvar, e prima ancora di Buñuel. Si impara a essere figli quando si è diventati padri, dice Dani a un certo punto. E’ l’altro senso del libro, può darsi, una volta imparato a convivere con il caos, si è pronti per essere figli, per diventare padri. Lo dico senza pudore: è uno dei libri più belli che mi è capitato di leggere negli ultimi anni.

Fiano Romano, 8 agosto 2016

domenica 6 agosto 2017

Il declino italiano

Un amico carissimo, Alberto Mattioli, scrive un intervento appassionato in difesa del melodramma italiano. Condivido la sua passione. Ma temo che il problema del suo apparente declino vada oltre la difesa del melodramma.(Il quale, comunque. è quasi solo italiano, altrove gode ottima salute, e non è il solo paradosso di qualcosa di italiano che ha più fortuna altrove che in Italia. Ecco la serie di impetuose riflessioni suscitatemi dall’intervento di Mattioli.
Alberto! Ma i più degli italiani di oggi, quel mondo, il mondo del melodramma, non solo lo ignorano, ma sono felici d'ignorarlo. Come, del resto, ignorano Michelangelo, Leopardi, Svevo. Qualsiasi sforzo per ricuperarlo è destinato a fallire. E' un mondo estraneo, o sentito estraneo, al mondo di oggi. Come è estraneo anche Leopardi. In Inghilterra è nato un dibattito accesissimo per la traduzione dello Zibaldone. Ma già prima Nietzsche e Unamuno consideravano Leopardi un grande pensatore europeo. In Italia, Croce demolisce questo pensiero come frutto di una crisi adolescenziale. E ancora s’inventano le categorie di pessimismo e ottimismo per neutralizzare la carica eversiva della sua critica alla cultura dominante degli italiani, al loro cattolicesimo superstizioso, acritico (da credente Manzoni non dice cose tanto diverse sul cattolicesimo italiano, pur contrastando anche violentemente l’ateismo leopardiano). Allora è inutile sforzarsi di difenderlo, imporlo, il melodramma di Rossini e di Verdi, separandolo dalla cultura che l’ha fatto nascere e in cui deve di nuovo inserirsi. Se davvero lo si vuole salvare - e io come te voglio salvarlo - la via da percorrere è un'altra, più faticosa, irta di ostacoli, quasi utopistica. Bisogna reimpostare, cioè, da capo, in Italia. il rapporto tra la società e la cultura, tra la politica e la cultura. Lo aveva già previsto e proclamato, anche se con toni profetici che possono avere irritato molti, Mazzini, e prima di Mazzini lo avevano proposto, direi quasi imposto come necessità primaria, Alfieri e Foscolo, né andrebbe dimenticato Filippo Buonarroti. Se rigenerazione ci ha da essere, non può che partire da una rigenerazione sociale e politica del paese. E non solo dei teatri. L’Italia non ha mai attuato la rivoluzione cultura che in Francia avviò la Rivoluzione e in Germania attuarono, visionariamente, Lessing e Goethe: fare del teatro il luogo della discussione culturale e civile del paese. Per il pubblico italiano, il teatro è spasso, divertimento, evasione. I drammaturghi che propongono altro (Verdi e Pirandello, tra i massimi) vengo cauterizzati, evirati, anestetizzati, per ridimensionarli a puro spasso. L'Italia di oggi, che paga male un ricercatore e lo spinge perciò a trovare spazio più adatto, più motivante, oltre che meglio rimunerato, altrove, è la stessa che affossa i teatri. L'Italia che non difende il paesaggio, che anzi dice che l'edilizia è il motore economico del paese, affossa i teatri. Perché la ricerca scientifica la bellezza del paesaggio, i teatri, non sono il suo mondo, come non è il suo mondo la scuola, l'università, il museo, non sono il suo mondo le città d'arte che le sono state regalate e che gli italiani di oggi, soprattutto i politici italiani di oggi, non si meritano. Proust scrisse che l'Italia è il paese più inestetico del mondo, non perché manchi di opere d'arte, ma perché non ne comprende il valore e non sa proteggerle, conservarle, non riesce a reinventarle, a reinventare la cultura che ha prodotto il miracolo del Rinascimento e del Barocco, e reinventare dunque il moderno. Il moderno è stato visto, immaginato, realizzato, da alcuni, ma non è la cultura del paese. La cultura del paese è la dissipazione della ricchezza ereditata, in arte, paesaggio, cultura scientifica e letteraria. Io la penso come Proust, ancora come Proust, passato ormai più di un secolo da quelle parole. La citatissima frase di Gramsci: pessimismo della Ragione e ottimismo della Volontà non ci soccorre. E’ anzi sbagliata. Perché contrappone ottimismo e pessimismo, invece di proporre un’analisi spietata della realtà, e solo in base ad essa proporre soluzioni, interventi. In arte Gramsci lo ha fatto, ma con un residuo d’idealismo che mi irrita. Non a caso ammirava la filosofia di Benedetto Croce. Che tra l’altro lo portò fuori strada nell’analisi dei fenomeni letterari. Per quanto generosa fosse quella strada.
Vedo poco spazio per l'ottimismo. Per qualunque tipo di ottimismo, della volontà, dell’ideologia, o di ciò che vi pare. A dire il vero, pessimismo e ottimismo sono termini che non mi piacciono. Sarebbe più realistico parlare di analisi della situazione e proposte di interventi per cambiarla. Con le speranze e le illusioni non si combina niente. E' solo l'analisi realistica dei fatti a dirci che cosa dobbiamo fare. Naturalmente con un’idea precisa di società, di Stato, a cui pensiamo. Ma idea, non speranza, e tanto meno illusione. Idea fondata su principi, non su valori. I valori sono mutevoli. I principi no: per esempio i principi di libertà e uguaglianza. Ai quali è sotteso il principio di giustizia. E la riflessione sulla giustizia sociale possiamo farla risalire addirittura già al codice di Hammurabi. Va precisandosi nei secoli. Ma la vedo dura, gli italiani, in genere hanno sempre preferito i contafavole a chi li voleva obbligare a guardare in faccia la realtà, hanno preferito i Mussolini, i Craxi, i Berlusconi, i Grillo, e in fondo anche i Renzi. Chiunque suggerisca di mettere i piedi per terra è un rompicoglioni, un menagramo, un antitaliano. E sia! Continuiamo a suicidarci! Tanto per cominciare proprio la terra dove abito è dall'altro ieri una fucina di Vulcano! Un unico incendio che dura da tre giorni. Agli incendiari - forse organizzati non so se dalla criminalità organizzata o da chi- e all'inefficienza dello Stato vuoi proporre un'analisi realistica dei fatti, instillare speranze di cambiamento? Arrendiamoci. Il nostro è un paese destinato a scomparire. Resterà solo un'immensa Disneyland. E per dire che spazio abbia tra gli italiani la volontà di rimboccarsi le maniche e cambiare la situazione, proprio ieri, mentre andavo a fare la spesa, in mezzo a quest'inferno di fuoco ad appena tre chilometri da me in linea d’aria, il conducente della Fiat Panda davanti a me ha a un certo punto buttato sulla strada un mozzicone di sigaretta acceso.
Vero, Alberto, che il nostro paese è sempre stato oggetto e non soggetto della politica internazionale. Ma avevamo politici che sapevano inserirsi nel gioco politico internazionale. Oggi vedi qualcuno che abbia lo sguardo capace di oltrepassare l'orticello di casa? La vicenda della sindaca di Codigoro è significativa. Mica una leghista, o una forzista. Una del PD! E dalla direzione del partito, silenzio. Il partito sta affondando, e il loro bisogno impellente non è guardare in faccia le cose e capire perché stanno affondando, ma attingere al pozzo elettorale dei rivali che rischiano di scavalcarli. Non c'entra nemmeno la politica riguardo ai migranti, non gliene potrebbe fregare di meno, ma ciò che davvero interessa è quanti voti in più incasso se anch'io mi atteggio a razzista e a duro, in difesa non si capisce di quale italianità primigenia! Vedi, ciò che più sconforta è l'uniformità delle proposte o meglio delle non proposte, dei bla bla, tutti uguali, che parli un fascista o un sedicente politico di sinistra, il discorso è lo stesso, e dispiace dirlo, una discorso che ricorda cose già dette, già sperimentate e già fallite, durante un tragico ventennio finito nella catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, diciamocelo pure, discorsi fascisti, perché avere paura delle parole? Certo non più lo stesso, non più con le camicie nere (verdi? rosse sbiancate fino a diventare bianche con una croce?). Ma sempre fascisti. Ho fatto la mia vita. Ho 76 anni. ma non è l'Italia che auguro per i miei nipoti, che guarda caso, uno sta a Panama e l'altro a Copenhagen. Potrebbe sembrare il mio un indifferenziato sguardo qualunquista. Ma la tragedia italiana non è che la politica italiana possa indurre al qualunquismo i cittadini, bensì che essa stessa, la politica italiana, è una politica di qualunquisti, qualunque sia lo schieramento di cui propone la prevalenza. L’analisi è amara, certo, e dentro di me spero, sì spero, di vedermi sbugiardato dai fatti. Ma di questa speranza ho già perso da tempo l’illusione e la speranza.

Fiano Romano, 6 agosto 2017


venerdì 4 agosto 2017

Incomprensione dell'arte moderna

In una discussione sull’arte contemporanea qualcuno ha sollevato, nientemeno che su Facebook, il più frivolo dei salotti contemporanei, un problema immenso: quello del rifiuto, da parte di molti, dell’arte moderna. Non era Facebook né lo spazio né la sede giusta per discuterne. Ma mi è venuto, allora, da stendere alcune riflessioni. Non solo sul rifiuto del moderno, ma anche sul rifiuto del moderno perfino da parte di chi ne conosca i meccanismi, la costruzione, il sistema. Ora, a parte i rifiuti ideologici, come quelli che dicono che Boulez non è musica o un'installazione non è arte, c'è da studiare, invece, il rifiuto di chi capisce, ma rifiuta. E' un problema che tocca tutta l'arte moderna, direi dai romantici a oggi. Credo che bisognerebbe studiare con più attenzione le strutture psicologiche del rapporto del pubblico con l’arte: dell'attesa, del riconoscimento, da parte del pubblico, e della programmazione di queste attese da parte dell’artista. Ciò, infatti, che o non si capisce o, se si capisce, non se ne accettano le ragioni, oppure, d’altra parte, ciò che non ubbidisce alla nostra attesa di che cosa debba essere un'opera d'arte, ciò in cui non riconosciamo ciò che ci aspettiamo da un’opera d’arte, ebbene, questo è automaticamente rifiutato, il rifiuto, anzi, scatta quasi come un riflesso condizionato. E questa reazione comincia proprio con il romanticismo. E forse già con il tardo illuminismo, l'arte della Rivoluzione. Quando Beethoven offrì a Paganini il suo Concerto per violino, Paganini lo dichiarò non solo ineseguibile, ma incomprensibile. Eppure Paganini, di dodici anni più giovane, se non altro anagraficamente, avrebbe dovuto essere un musicista più moderno di Beethoven o quanto meno disponibile ad afferrarne la modernità. Weber, poi, ascoltata a Vienna la Nona Sinfonia, esclamò: Beethoven è diventato pazzo. Ed era il compositore del rivoluzionario Freischütz! (malamente tradotto in italiano con Franco Cacciatore; la traduzione corretta sarebbe Libero Tiratore, o addirittura Cecchino). Peggio fecero Clara Wieck Schumann e Brahms, impedendo a Schumann la pubblicazione del suo Concerto per violino, perché, gli dissero, l'avrebbe screditato, pagina inconcludente, incomprensibile (di nuovo!) e sconclusionata. E' invece un capolavoro assoluto: c'è già Mahler. Potrei continuare. A ciò si aggiunga che l'arte moderna richiede una competenza aggiunta, perché non si serve dei codici in uso, me ne inventa continuamente di nuovi. In realtà tutta l'arte richiede la conoscenza dei codici sottintesi, solo che in genere, per l’arte del passato, questi codici sono diffusi e conosciuti: la decifrazione di un quadro come la Tempesta di Giorgione non richiede minore lavorio intellettuale della decifrazione di un'installazione di Cattelan. Ma è un lavorio che chi guarda la Tempesta crede (a torto) di possederne gli strumenti per avviarlo, perché figurativamente la rappresentazione è riconoscibile, un uomo e una donna in un paesaggio. Ma i manichini impiccati (tre bambini) di Cattelan che ha fatto infuriare i milanesi? Mancava l'informazione sul loro significato. O meglio: c'era, ma i milanesi non si sono preoccupati di leggerla e d'informarsi. L'arte moderna invece pretende l'informazione e, direi di più, richiede, esige la competenza specifica. Ma a ciò il pubblico italiano non è educato né incoraggiato né abituato. Meno di altri, comunque. A Zurigo ho visto coppie di giovani trentenni con i figli decenni sdraiati per terra a guardare un'installazione sul soffitto di una sala della Galleria d'Arte moderna. Quei bambini svizzeri a 20, 30 anni sapranno che cos'è un'installazione e l'apprezzeranno. Niente di simile in Italia. Qualcuno, sempre su Facebook, ha definito le installazioni della Biennale di Venezia “fetecchie”. Chiesto a costoro chi fossero, per sparare giudizi così sbrigativi, si qualificarono uno come critico d’arte non ricordo di che giornale e l’altra una gallerista. Ogni commento è superfluo. Non ringrazierò mai abbastanza la mia professoressa di storia dell'arte al liceo che, mostrandoci le fotografie dell'Hera di Samo e dell'Auriga di Delfi, disse: l'Hera di Samo è un capolavoro assoluto, l'Auriga un'opera contraddittoria, indecisa tra la fissità arcaica e il nuovo realismo classico, il volto, realistico, è di uno stile che non corrisponde a quello arcaico del corpo. Noi scandalizzatissimi. Ma come! Quella sembra una colonna, invece che una dea, e questo invece si capisce che è un uomo. Aveva ragione la professoressa. Ecco, bisogna cominciare da lì: già dalla percezione dell'arte antica. Ai miei allievi spiegavo come è costruito un motetto (si dovrebbe scrivere sempre così, con una sola t, la prima t, il termine è francese, da mot, parola, motet, latinizzato motetus) isoritmico dell'Ars Nova francese del XIV secolo, e facevo notare le analogie con i procedimenti della musica seriale del secondo Novecento. Ma no! sbottava su qualche allievo. Machaut come Stockhausen! E perché no? leggi, e studia. ma non badare allo stile. Analizza la costruzione, la composizione. Ti accorgerai che l'atteggiamento mentale è lo stesso: l'idea che un'opera d'arte è costruzione dell'intelligenza, anzi del calcolo mosso dall'intelligenza. E non il vomito di un impulso immediato.
Altro, e più complesso, discorso andrebbe fatto sulla comunicazione. Qui non posso che accennarne uno spunto schematico. In una società sempre più parcellizzata, sempre più devotamente fedele alla divisione dei compiti, alla separazione delle competenze, e dunque strutturata (o sovrastrutturata, se il termine non ripugna) secondo le esigenze di una capillare specializzazione, che meraviglia se anche l’artista si ritagli il suo spazio di specializzazione esclusiva, alla lettera, che esclude, invece di includere, il resto della società? Delle tante idee discutibili e forse perfino sbagliate di Adorno, una mi pare oggi ancora valida: che proprio per questo l’artista non debba arrendersi a una costruzione immediatamente comprensibile, banale, semplice, come gli chiede il pubblico o, più probabilmente, l’industria culturale, inclusi nell’industria anche scuole, ministeri, partiti politici. Se vi si arrende, il rischio è un’alienazione integrale dell’oggetto che vorrebbe presentarsi come comprensibile, nel senso che non è ciò che l’intenzione artistica si dovrebbe proporre, vale a dire un’invenzione altra rispetto al reale, un’opposizione alla facilità del consumo, al mascherarsi di arte ma essere solo luogo comune. Non è detto che ciò sia in contrasto con il successo. Beethoven non era per lo più capito dai critici, ma il pubblico lo adorava. E la sua musica è tra le più difficili mai concepite. Eppure d’impatto immediato. Il pubblico, può darsi, vi riconosceva le proprie speranze frustrate. E c’indovinava. La Rivoluzione era fallita. C’era la Restaurazione. Adorno non inventa quasi niente. E’ almeno da Goethe, Lessing e Schiller che il pensiero tedesco s’interroga sulla funzione, e sul posto, dell’arte nella società. In Italia lo colse perfettamente Leopardi, rielaborando la teoria di Schiller sulla poesia ingenua, tipica degli antichi, e in particolare dei Greci , e la poesia sentimentale, cioè filosofica, l’unica oggi possibile, la poesia della riflessione. Lasciamo stare se la storicizzazione fosse corretta; Eschilo è tra i poeti più filosofici che si possano immaginare. Proprio per questo, oggi, l’artista deve modificare gli strumenti del suo mestiere, della sua specializzazione, il poeta la lingua, il pittore il colore, lo scultore i volumi, l’architetto – ai confini dell’utopia – la sistemazione dello spazio. L’opposto, con una parola introdotta da Marx, ma la sua analisi non fa una grinza, è la reificazione. Proprio ciò che l’arte, da sempre, ha evitato. A cominciare dalla rappresentazione dei totem, in Africa. Il discorso è certo assai più complesso. Ma queste ne sono le linee generali. La difficoltà che offrono al pubblico, oggi, le opere d’arte, non sono evitabili: devono essere difficili, per non essere merce di scambio come una patata, un cellulare, un profumo. Il che non significa certo che ogni opera difficile sia automaticamente arte. Ma solo che l’arte, oggi, non può che essere difficile. Ma a volte mi assale un dubbio. Siamo davvero sicuri che una tragedia meravigliosa, avvincente, come l’Elena di Euripide, emozionante quasi fosse un film di avventure, e questa donna, la sua protagonista, mai stata a Troia, che si dispera per la cattiva fama procuratale dal fantasma che ci è andato al suo posto, e che al marito ritrovato, Menelao, che ingenuamente le chiede se dunque dieci anni di sofferenza, di stragi, sotto le mura della città assediata, siano stati solo una guerra combattuta per un fantasma, se questa donna, Elena, anche lei infelice per dieci anni, e ora ritrovata, che gli risponde: e per che cos’altro voi uomini fate le guerre, se non per un fantasma? ecco, ripeto, siamo davvero sicuri che l’invenzione di questa donna stupenda, la più bella del mondo, amabile come nessuna altra, intelligente come nessuna e nessun altro, siamo sicuri che questo bellissimo personaggio teatrale sia poi un’invenzione così semplice e così immediatamente comprensibile? Basterebbero gli aerei, musicalissimi cori della tragedia, apparentemente senza legame con l’azione, a smentirlo. E perché parlano d’altro?

Fiano Romano, 4 agosto 2017


lunedì 31 luglio 2017

Risposta a un perplesso insoddisfatto e frustrato

Riflessioni intorno alle perplessità di un lettore riguardo alla Conversazione su Dante di Osip Mandel’štam

Che cosa rispondere a un lettore insoddisfatto, anzi frustrato dalla lettura di Conversazione su Dante di Osip Mandel’štam?

Ecco la sua “recensione” sul sito IBS:

Libro difficile. Insolito. Molto personale. Che cosa rimane dopo la lettura? Molta insoddisfazione. Uno stato di quasi frustrazione. In generale. Forse qualche idea su cui riflettere giustifica la fatica e il tempo consumato: 1. << Leggere Dante è prima di tutto un lavoro interminabile, che a misura dei nostri successi ci allontana dalla meta>> (43) 2. << La Divina commedia non tanto sottrae tempo al lettore, quanto piuttosto glie ne fa dono [?]>> (54) 3. << A volte Dante sa descrivere un evento in modo tale che di esso non rimane assolutamente nulla. Per far ciò egli usa un procedimento che vorrei chiamare metafora eraclitea [?]>>(75) e più avanti << A una domanda diretta, senza preamboli, su cosa sia la metafora dantesca, risponderei che non lo so, perché della metafora è possibile dare solo una definizione metaforica [?]>> (116) 4. << È impensabile leggere i canti di Dante senza volgerli al presente >>.(79-80) Sulla traduzione: non sempre felice, anzi farraginosa, incomprensibile. (89) E infine ritengo che dovrebbe essere vietato per legge fare un prodotto come questo. Dico un prodotto che a una bella - perché semplice - copertina aggiunge un testo le cui pagine non si possono voltare perché se lo fai ti rimangono in mano. È semplicemente un'indecenza! E poi, ancora: la prima di copertina del testo pervenutomi non è la medesima in mostra sul sito di IBIS e che ho ordinato! Due copertine, di cui una solamente per 'adescare'?! p.s. il voto è basso soprattutto per il manufatto.
28/12/2015 14.58.14
Va dato merito a Vincenzo Esposito di motivare la sua insoddisfazione. Ma sono proprio le motivazioni a lasciare perplessi. L’attacco è identico alla bella recensione di Claudio Napoli, Università di Pisa, Settembre I: La Divina Commedia nella Conversazione su Dante di Osip Mandel’štam. “La Conversazione su Dante è un'opera di difficile lettura. Per meglio dire, è un'opera di difficile classificazione”. Ecco, Esposito doveva partire da una ricerca sul web e avrebbe trovato questa recensione, che gli avrebbe spiegato il suo disorientamento. La critica dantesca non è una passeggiata, né la “spiega” di un manuale scolastico. Anche una singola pagina di Auerbach è difficile. Per esempio il bellissimo saggio sulla “figura”, in cui si discute sull’allegoria, e si precisa che il termine allegoria è troppo generico, che già Dante lo suddivide e precisa meglio nella lettera a Can Grande della Scala, che sarebbe preferibile usare la categoria di figura, usata nell’esegesi biblica medievale. L’agnello è figura di Cristo, ma non cessa per questo di essere anche figura di sé stesso. Nella Commedia tutto è figura di altro, ma è anche, alla lettera, ciò che si racconta. Le frasi che Esposito cita dalla conversazione mandelstamiana e che addita come incomprensibili rientrano in questo duplice binario della significazione concettuale e poetica. Esposito doveva sapere in anticipo che Mandel’štam è poeta, e lo è in maniera molto particolare, partecipa al movimento degli acmeisti russi, ma ne sviluppa una propria individuale reinvenzione. Ciò che scrive, anche quando non scrive poesia, rinvia sempre a un significato altro da quello che è detto. Sembra quasi conoscere la poetica indiana del dhvanya, secondo la quale nella poesia il significato sta non in ciò ch’è detto, ma in ciò che non è detto, un sottotesto o, meglio, un pre-testo, che il lettore, o l’ascoltatore, devono scrutare al di sotto del senso esplicito delle parole. Del resto la poesia russa, direttamente o indirettamente, ha legami consapevoli ma anche inconsapevoli con la poesia orientale. Colpisce, nel lettore napoletano, l’incomprensione di questa frase del poeta russo: “Leggere Dante è prima di tutto un lavoro interminabile, che a misura dei nostri successi ci allontana dalla meta”. Mandel’štam dimostra qui di avere, invece, profondamente inteso il senso e lo spirito della Commedia, un poema i cui molteplici sensi non si esauriscono con una spiegazione, ma che anzi ogni spiegazione accresce di nuovi sensi il passo che si legge, e così all’infinito, in un rapporto continuo, e personalissimo, bidirezionale, tra poeta e lettore. La prima spiegazione, o il primo chiarimento di una “figura”, non ne esaurisce, infatti, il senso, ma apre la via a una serie interminabile di altri sensi. La lettura, qualunque lettura, della Commedia, è solo uno dei possibili modi di leggerla: aristotelicamente, tutte le potenziali altre letture in essa contenute, dovranno attuarsi in successive, molteplici e mai conclusive letture. In realtà qui il poeta russo sta parlando, non tanto di Dante, o non solo di Dante, ma della sua ossessione di una vita: la poesia. Che a Esposito sfugga questo carattere della lettura di un poeta, lo dimostra un’altra frase da lui citata come incomprensibile: “A una domanda diretta, senza preamboli, su cosa sia la metafora dantesca, risponderei che non lo so, perché della metafora è possibile dare solo una definizione metaforica”. Tra parentesi quadre Esposito colloca un punto interrogativo. Ma che cosa c’è d’incomprensibile in questa corretta definizione della metafora? In greco moderno la parola metafora indica i mezzi di trasporto. La lingua parlata, a volte, capisce il linguaggio meglio di qualunque critica. La metafora è in effetti un trasporto, i latini dicono traslato, e cioè un senso che rinvia a un altro senso, ma non a un altro senso preciso, bensì a una schiera, a un ventaglio di sensi, dei quali nessuno è quello ultimo, ma tutti rinviano a un senso altro, e per spiegarlo, qui, io sto usando una metafora, proprio come afferma Mandel’štam, che “della metafora è possibile dare solo una definizione metaforica”. Che la spiegazione di una metafora stia in tutte le metafore successive, innumerabili, contenute nella metafora iniziale, è l’assunto principale della “conversazione” (e non saggio) del poeta russo. Quando dico “brucio d’amore” non sto certo dicendo che sto prendendo fuoco, e già questa è un’altra metafora, né che sono pazzamente innamorato, e “pazzamente” è un’altra metafora, o che mi consumo dal desiderio, altra metafora ancora, e così via. Che poi l’espressione sia diventata luogo comune e perfino banale dimostra solo la forza che possiede una metafora, al punto di rendersi comprensibile, senza essere specificata, perfino nel linguaggio quotidiano. Petrarca chiama “luci” gli occhi di Laura. Noi stessi, nel linguaggio quotidiano, diciamo di qualcuno o di qualcuna, che i suoi occhi sono “luminosi”. Ma vogliamo con questo dire solo che diffondono luce, sono pregni di luci (altra metafora!)? La luce è immagine dai molteplici e profondi significati. Perfino di salvezza, per un credente: la luce della salvezza. E tali appaiono a Dante gli occhi di Beatrice. Per Petrarca, anche lui credente, ma il cui amore non ha nulla di salvifico in senso religioso, la luce rinvia a un altro tipo di salvezza, o addirittura a tutti i tipi di salvezza. La conoscenza di sé stesso, tanto per cominciare. Ovvio che in questa poesia entrano di prepotenza anche espressioni e figure del linguaggio religioso. Proprio dall’esempio del Petrarca, che a sua volta si confronta sia con lo Stil Novo sia con gli amatissimi poeti provenzali, nasce anzi la trasformazione dell’innamoramento e poi dell’amore, come processo di un culto iniziatico. E’ stato facile denigrare il petrarchismo per il proliferare di poeti mediocri (ma ce ne sono anche di altissimi!) che hanno fatto uso e abuso delle metafore petrarchesche. Ma basterebbero i sonetti di Shakespeare o le poesie di Donne e su su le corrosive metafore di Baudelaire o di Rimbaud o gli enigmi di Mallarmé a riconoscere nel modello petrarchesco l’abissale metafora di quasi tutta la poesia europea. Non vi sfuggono nemmeno i contemporanei, Eliot meno di altri. O il nostro Montale. Meriggiare pallido e assorto riecheggia, perfino nel ritmo, un famoso, e bellissimo, sonetto del Petrarca: Solo e pensoso, i più deserti campi. Scriveva, poco prima, qualche rigo sopra la frase citata riguardo alla metafora, Esposito, citanfo la Conversazione: “A volte Dante sa descrivere un evento in modo tale che di esso non rimane assolutamente nulla. Per far ciò egli usa un procedimento che vorrei chiamare metafora eraclitea”. Di nuovo un punto interrogativo tra parentesi quadre. Che cosa c’è d’incomprensibile? Eraclìto è il filosofo del perenne fluire delle vicende e delle cose, in apparente contrasto con la permanenza dell’Essere parmenidea. Ma sono invece le due facce di uno stesso problema: la realtà che ci appare mutevole e sempre in movimento ha forse radici in una sostanza, o evento, immutabile. I filosofi cosiddetti presocratici cercavano il principio unico che tiene insieme la molteplicità del mondo e forse dei mondi (Newton e Einstein non cercano niente di diverso). Ma lo cercavano non già in un principio astratto, bensì nella concretezza della materia. Per esempio, l’acqua, per Talete. O i quattro elementi originari, acqua, terra, aria, fuoco, per Empedocle. O gli atomi, particelle indivisibili, per Democrito. E per loro è materia anche il linguaggio. Se ne ricorderà Lucrezio. Ma anche Aristotele, che fa tesoro delle loro ricerche naturalistiche. Mandel’štam si ferma al significato di flusso, di corrente. Ma proprio perché in questo fluire vede l’inesauribile moltiplicarsi dei sensi. E di nuovo, parlando di Dante, sta parlando della poesia. E, senza aver letto Auerbach (il saggio Figura fu pubblicato più tardi) dice quasi le stesse cose. Ma non dimentichiamo che Roman Jakobson era russo e che il Formalismo del Circolo di Praga, da lui fondato, ha dunque radici russe. Da questa costola nascerà lo Strutturalismo, che, però, in parte, ne sterilizza la carica eversiva, la fecondità critica allusiva. Possiamo fermarci qui. Le altre frasi citate come stralunate e incomprensibili, si chiariscono facilmente, esercitando, appunto, le nostre capacità di leggere le metafore, e lo scoglio che il lettore incontra a comprenderle è l’ostacolo che sempre incontra chi si nega a penetrare il molteplice della poesia. Il lettore napoletano non si scoraggi, è in buona compagnia. Galilei, fervente ammiratore dell’Ariosto, non amava il Tasso, gli riusciva, appunto, incomprensibile. L’equilibrato, armonioso mondo ariostesco gli pareva abbandonato per un modo confuso, inafferrabile, in-significante. In realtà proprio il Tasso avrebbe dovuto fargli capire quanto d’incommensurabile, incomprensibile, sfuggente, molteplice si celi anche dietro la chiarezza dell’Ariosto. Quanto d’ineffabile dietro le immagini trasparenti di Raffaello. Galilei critica anche il linguaggio del Tasso. Sofronia è condotta nuda al patibolo e si vergogna. Tasso scrive: “Raccorse gli occhi”. Immagine bellissima, questo ritrarsi degli occhi dalla nudità visibile per nascondersi nell’intimità del pudore. Ma Galilei non la capisce, ed esplode: “E che? Le eran caduti?” Prende la lettera, senza capirne il senso metaforico. Ma se non afferri la metafora, perché leggi la poesia? Anzi, perché ti occupi di letteratura? Perfino gli scrittori che programmaticamente dicono di attenersi al reale non possono sfuggire all’ambiguità letteraria. Chi è Madame Bovary? C’est moi, dichiara Flaubert. Ah, sì? Allora non è solo la povera donnetta di provincia che ambisce a un’esistenza diversa, più nobile, più acclamata? Eh, caro Galilei, caro Esposito, la poesia è sempre altro da quello che apparentemente dice. E lo è anche la critica della poesia, quando si confronta con testi dell’ampiezza e della complessità della Commedia. Ma fosse stato un sonetto di Shakespeare le cose non sarebbero state diverse. Per non parlare del suo teatro. Chi è Amleto, chi Lear, chi Macbeth? E che vuol dire Amleto quando confessa all’amico Orazio che il suo cuore è malato (ill)? O Macbeth quando dice di sentirsi scorpioni nel cervello? O Lear, quando proclama che la natura è ingrata? Per correggersi subito: la tempesta che lo assale e lo fustiga, non è sua figlia, non può essere accusata d’ingratitudine. Chi non è disponibile all’avventura di penetrare dentro mondi molteplici, interminabili, innumerabili, si tenga lontano dalla poesia e dalla letteratura. Non è il mondo della logica. Non è nemmeno il mondo dell’irrazionale, come qualcuno suggerisce, per salvare capra e cavoli. Si ha un’idea molto ristretta della Razionalità se la si delimita nella Logica. La Logica è solo una parte, anzi uno strumento, della Ragione. Aristotele, infatti, la chiama appunto strumento, organon. Ma la Ragione ha sguardo più vasto (metafora!). E sarebbe impossibile senza il linguaggio. La razionalità della poesia sta proprio qui, nel fatto che è linguaggio. Non che usa il linguaggio, anche la scienza lo usa, ma che è essa stessa linguaggio, solo linguaggio. Lucrezio lo capisce benissimo e lo canta divinamente. Metafora anche l’attacco del poema che invoca la Natura sotto la figura dell’alma Venus, Venere nutrice, generatrice. Chi lo direbbe? Il poeta della scienza che fonda la scienza della poesia. Non è un gioco di parole. E’ proprio così, nel momento che con il canto nasce il linguaggio, poesia e scienza sono indissolubilmente congiunte. Per questo scrive un poema e non un trattato. Anche qui, Aristotele aveva visto giusto: senza linguaggio non c’è conoscenza. E anche la poesia è conoscenza dell’universale. Al linguaggio Aristotele dedica trattati fondamentali, dalle Categorie, al De Interpretazione, alla Retorica, alla Poetica. E nell’Etica a Nicomaco specifica che i metodi della conoscenza, della ricerca della conoscenza, non sono gli stessi in tutte le scienze, ma devono adeguarsi all’oggetto della ricerca, la ricerca delle leggi del comportamento umano non è condotta con lo stesso metodo con cui la matematica calcola le proporzioni del reale, anche se sempre si tratta di linguaggio. Ma sono andato troppo lontano. La neurobiologia moderna ha scoperto che le zone del cervello che presiedono all’emozione e all’elaborazione logica sono contigue e che se una delle due si guasta anche l’altra non funziona. Tutti gli accaniti sostenitori di una separazione tra razionale e irrazionale, tra emozione e riflessione, tra spirito e materia, sono serviti. Spinoza lo aveva intuito più di tre secoli fa. La scienza moderna gli dà ragione. Fanatici accoliti di tutte le religioni, fatevene, appunto, una ragione. Lettori di poesia: non indietreggiate davanti all’incomprensibile. E’ probabile che proprio entrando dentro quel labirinto (metafora!) ciò che vi appare incomprensibile diventi comprensibile e da quel punto ciò che avete appena compreso vi apra la strada per nuovi ancora incomprensibili territori. Non perdetevi d’animo. Ogni lettura scopre cose che alla lettura precedente erano sfuggite.

Fiano Romano, 31 luglio 2017

domenica 30 luglio 2017

L'improvvisazione nella pratica musicale

Un post, su Facebook, di Luca Ciammarughi, che discute la polemica suscitata da Jordi Savall, intervistato sulla Stampa, riguardo all’improvvisazione nella musica antica e no, mi ha suggerito alcune riflessioni. Eccole. Non vogliono chiudere una questione, che non può essere chiusa, ma solo discussa, ne ardiscono prendere posizione per uno o l’altro campo della polemica, tradizionalisti contro improvvisatori come scrive Sandro Cappelletto, o più esattamente il titolo del suo articolo, sulla Stampa del 29 luglio scorso, pag. 33. Non si tratta di questo. Nei conservatori francesi s'insegna ancora a improvvisare. In Italia no. Forse da qui nasce l’equivoco. E la polemica. La Stampa la definisce un “caso”. L'improvvisazione ha fatto parte della pratica musicale per secoli, anzi per millenni, direi. Con l’avvento della monodia accompagnata, la realizzazione di un basso cifrato, anche in una pagina contrappuntistica, richiedeva e richiede grande fantasia d'improvvisatore. Ma l’improvvisazione, l'abbiamo oggi confinata quasi solo alla pratica del jazz e della musica cosiddetta di consumo. Un pianista, la realizzazione del basso cifrato, se non la trova già elaborata e scritta da qualcuno sulla partitura stampata, può trovarsi talora disorientato, spesso messo alle strette e incapace di suonarla, vale a dire d’inventarla. E forse anche qualcuno dei clavicembalisti troverebbe qualche difficoltà. Savall su questo ha ragione. Il problema è, però, di non demonizzare nessuno. Nemmeno coloro che richiedono un sacrosanto rispetto della scrittura sei-settecentesca, che chiamiamo genericamente e non sempre propriamente barocca. Un amico, grande clavicembalista e grande esperto di musica rinascimentale e barocca, Sergio Vartolo, mi ha detto una volta che spesso i pianisti suonano Bach con più fantasia dei clavicembalisti, i quali apparirebbero spesso – ma non sempre - più timidi e rigidi, meno liberi. Invece proprio i clavicembalisti dovrebbero sfoggiare una inesauribile fantasia d'improvvisatori. Questo mi sembra conciliare gli opposti. Perché scegliere un campo o l'altro, quasi eserciti in guerra? Emilia Fadini, colei che ha curato una nuova edizione critica delle Sonate di Scarlatti, mi disse una volta che tra le tante cose che pensiamo di restaurare filologicamente non restauriamo l'unica che i musicisti barocchi ritenevano davvero indispensabile: la libertà e la fluidità dell'interpretazione. Probabilmente se noi, con la macchina del tempo, potessimo ascoltare oggi Chopin suonare Bach, inorridiremmo. Eppure quel suo Bach spiega tante cose della sua musica. I suoi Studi e i suoi Preludi, per esempio. Ma non solo. Anche le sue Mazurke. E perché no? A parte la raffinata elaborazione contrappuntistica, con gli anni sempre più fitta, è bachiana la stilizzazione e complessa nobilitazione di una danza. Bisognerà ritornare, inoltre, a una corretta interpretazione del termine "filologia": rigorosamente, è legittimo applicarlo solo alla ricostruzione di un testo. Il resto è ipotesi, opinione, libertà. So che mi attirerò molti strali, da una parte e dall'altra, che sarò frainteso e attaccato. Ma il termine, strettamente letto, indica solo la ricostruzione di un testo. Poi, quanto all'interpretazione del testo, dipende dalla cultura, dalla fantasia, dalla sensibilità del lettore. I grandi filologi classici ci hanno restituito con una certa probabilità (la certezza in filologia non esiste, e forse non esiste in nessuna disciplina) i testi dei poeti e degli antichi scrittori greci e latini. Ma il testo così ricostruito è lasciato poi all'interpretazione del lettore. L'ultimo, sublime, canto dell'Iliade, i lunghi, struggenti lamenti sul cadavere di Ettore, non dicono a tutti i lettori la stessa cosa, non suscitano né le stesse riflessioni né tanto meno le stesse emozioni. Ma questo, lungi dall’essere un difetto, è la ricchezza della poesia.

Fiano Romano, 30 luglio 2017

lunedì 17 luglio 2017

Ricordo di Mario Lunetta

Ricordo di Mario Lunetta



Si è artisti solo al prezzo di sentire ciò che tutti i non artisti chiamano “forma” come contenuto, come “la cosa stessa”. Con ciò ci si ritrova certo in un mondo capovolto: perché ormai il contenuto diventa qualcosa di meramente formale – compresa la nostra vita.
Nietzsche, Frammenti Postumi Novembre 1887 – Marzo 1888, 11, 3, Nizza 14 novembre 1887. Traduzione di Sossio Giametta, Milano, Adelphi, 1970.
(Le sottolineature sono di Nietzsche)

... tutti parlano della Grecia
in toni
visibilmente drammatici
quanto meno
preoccupati
e carichi di partecipe angoscia
senza sapere il greco/senza magari aver mai dato/
un'occhiata ai versi di Saffo
o alle tragedie di Euripide
attentissimi invece all'eterno sorriso di Tsipras
e all'andatura palestrata di Varoufakis
mentre
anche nell'istante di un istante fa l'Europa oligarchica
non cessa di disfarsi nel suo nulla
Mario Lunetta, Trascurabile

Conoscevo poco Mario Lunetta, e ancora meno le sue poesie e i suoi lavori teatrali Ne ammiravo, però, lo spirito civile. Rileggendo, ora che ci ha lasciati, taluni suoi versi, mi si stringe un groppo alla gola. Poco fa ho postato un pensiero di Leopardi, tratto dallo Zibaldone, in cui invita gli italiani a vergognarsi del loro presente. Sono passati quasi due secoli, da quando il giovane Conte Giacomo Leopardi scriveva quelle riflessioni di così bruciante attualità (24 marzo 1821). Vuol dire che siamo ancora fermi lì? L’amarezza del poeta recanatese si riflette poi nei versi di Carducci (sì, anche lui!), di Montale, di Sanguineti. E di Lunetta. Per esempio, questi, sopra citati. Ma ciò che colpisce – ferisce? - il lettore di oggi è la persistenza di quest’amarezza, la sensazione, divenuta presto consapevolezza, di essere un esiliato o, peggio, uno straniero nel proprio paese, e di parlare nel deserto. Se si va indietro con la memoria, riflessioni simili si riscontrano già in Dante, in Petrarca e, naturalmente, in Machiavelli. Su su fino Salvemini, Brancati, Pavese (cito a caso). Quasi a riconoscere che l’Italia resta, nei secoli, il paese di un disadattamento: al consesso delle altre nazioni, al confluire dei popoli del mondo e, infine, tutto sommato, a sé stessa, come se stentasse a individuare una tradizione, un ruolo, una funzione, che la collochi, a pari diritto, tra le nazioni dell’Europa e del mondo. Sempre ai margini, petulante, lagnosa, cenciosa ma con manie di grandezza, arrogante, vanitosa, mai consapevole dei propri limiti e delle proprie manchevolezze. Perfino un conservatore come Macron ha appena riconosciuto i torti della Francia verso il mondo. Nessuna protesta di orgoglio offeso tra i francesi. Noi, si stenta a dichiarare pubblicamente i crimini commessi nelle colonie, anzi perseguiamo chi li denuncia (Del Boca), o insceniamo pagliaccesche apologie del fascismo sulle spiagge del paese. Tra l’altro, secondo la Costituzione, quella Costituzione, che la valanga dei No al recente referendum ha voluto mantenere qual è, questo sarebbe un reato punibile a termini di legge: la libertà di pensiero non c’entra, come invece qualcuno ha invocato, perché ogni democrazia condanna e proibisce il pensiero e l’azione che vorrebbero abolirla. Chi sa, forse è destino anche dell’Italia, come lo fu della Russia, di uccidere i propri poeti. Il lamento di Roman Jakobson ci risuona nelle orecchie, non solo dal suo aureo libello, ma dalla sua voce che lo andava proclamano nell’Aula Magna dell’Università di Roma, nei primi anni ‘60, e io, allora neofita del formalismo russo del circolo di Praga e dello strutturalismo, lo ascoltavo rapito. Come quando, poco dopo, Roland Barthes c’ingiunse di “leggere” Racine. E ci parlava di Heine e di Schumann, facendoci ascoltare la voce di un baritono francese. Ecco, “ri-leggere” i versi di Mario Lunetta mi ri-squaderna in faccia quei discorsi, quelle voci, quella funzione del poeta, dello scrittore, del filosofo. Ri-leggo come ri-leggo i versi di Dante che Serena Vitale pone a epigrafe delle Ottave di Mandel’štam:

Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume
ciò che per l’universo si squaderna;
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dicoè un semplice lume.

E che cos’altro è trascorrere da Saffo, Euripide a Varoufakis? Di nuovo la contrapposizione tra l’amarezza di constatare una mancanza, un’assenza, una disfatta, e la frivola vanità di un presente che non guarda oltre il profilo del proprio naso. Guardiamoci negli occhi: quanti di noi, qui, oggi, vi si riconoscono? Quanti riconoscono il fallimento, la sconfitta? E guardano, inebetiti, il deserto del mondo che si crede un supermarket? Che, anzi, non sa dare di sé altra immagine che quella di un supermarket? Il distico, citato qui sotto, fa pensare anche al finale apocalittico della Coscienza di Zeno. E chi sa che questa Apocalissi, senza che ce ne accorgiamo, non sia già incominciata. A ricondurci all’insensibilità dell’inorganico.

Questo mondo carnivoro costruito dall'uomo per l'uomo
cambierà in meglio solo con la sua scomparsa.
M. Lunetta, Le scarpe, come sempre
(cfr. Svevo, La coscienza di Zeno, “l’occhialuto uomo”)

Ecco il passo dello Zibaldone leopardiano:

Se noi dobbiamo risvegliarci una volta, e riprendere lo spirito di nazione, il primo nostro moto dev’essere, non la superbia né la stima delle nostre cose presenti, ma la vergogna. E questa ci deve spronare a cangiare strada del tutto e rinnovellare ogni cosa. Senza ciò non faremo mai nulla. Commemorare le nostre glorie passate, è stimolo alla virtù, ma mentire e fingere le presenti è conforto all’ignavia, e argomento di rimanersi contenti in questa vilissima condizione. Oltre che questo serve ancora ad alimentare e confermare e manteere quella miseria di giudizio, o piuttosto quella incapacità d’ogni retto giudizio, e mancanza d’ogni arte critica, di cui lagnavasi l’Alfieri nella sua Vita rispetto all’Italia, e che oggidì è così evidente per la continua esperienza sì delle grandi scempiaggini lodate, sì dei pregi (se qualcuno per miracolo ne occorre) o sconosciuti, o trascurati, o negati, o biasimati.


Leopardi, Zibaldone, 24 marzo 1821 (pag. dei quaderni 865).


Fiano Romano, 17 luglio 2017

domenica 16 luglio 2017

Una breve riflessione sulla poesia, a proposito di Quasi leggera morte

Qualche riflessione su Quasi leggera morte. Ottave, di Osip Mandel’štam. A cura di Serena Vitale, Milano, Adelphi, 2017


Sto leggendo l’ultima fatica di quella straordinaria lettrice di poesia che è Serena Vitale: Osip Mandel’štam, “Quasi leggera morte. Ottave”. Premetto che non conosco la lingua russa. E’ un mio grande rammarico. Se esiste la reincarnazione, in un’altra vita voglio impararla: se non altro per leggere alcuni dei più grandi poeti dell’Occidente, a cominciare da Puškin. Ma: e Blok, e Majakovskij, e Achmatova, e Cvetaeva e Pasternak? Guerra e pace l’ho letto che avevo 16 anni e non mi è mai più uscito dalla mente e dal cuore. L’Idiota, uno o due anni dopo. Lo stesso. Lessi Memorie dal sottosuolo mentre avevo cominciato la lettura di Kafka. Sono punti di riferimento1 alla Boulez: vale a dire pilastri della mia consapevolezza. Ma devo arrendermi allo scoglio della lingua (per fortuna, non per Kafka). Per uno che ama la poesia come me, e che sente l’intimo legame tra lingua e poesia, non è uno scoglio da poco. E’ anzi un ostacolo insormontabile. Tanto più che la poesia russa, come quella di altre lingue slave, e come la poesia tedesca e inglese, ha conservato la percezione della quantità, la stessa che ammiriamo nella poesia classica greca e latina. Mandel’štam scrive trimetri, tetrametri, pentametri giambici. Una sorta d’incunabolo della metrica indoeuropea. La ritroviamo in Sofocle come in Shakespeare come in Goethe. Ma con Sofocle, Shakespeare e Goethe mi trovo in una terra conosciuta. Nella terra di Puškin e di Mandel’štam, sunt leones. Eppure ne respiro una certa familiarità fin dall’adolescenza, quando in famiglia è entrata la moglie croata di mio zio. Frasi elementari croate so ancora pronunciarle. Ma soprattutto mi è familiare (alla lettera!) il suono della lingua, il suo consonantismo, la percezione della durata delle vocali, quello che oggi fa impazzire tanti italiani che leggono l’accento delle lingue slave che usano l’alfabeto latino come se fossero accenti tonici e sono invece indicatori della durata delle vocali. Gli italiani dicono Ianàcek e dovrebbero invece dire Iànaacek, per il compositore ceco Janáček. Per non parlare di Dvořák, che quasi tutti dicono Dvorgiàk ed è, invece, più o meno, Dvórgiaak. Da mia zia ho imparato il valore semivocalico della r e della l. Morte in croato e in russo si dice smrt. L’accento tonico cade sulla r. Trieste in croato è Trst. Anche qui l’accento tonico cade sulla r. Mi è servito poi quando ho cominciato a studiare il sanscrito. Ma torniamo al bellissimo volumetto curato dalla Vitale. Ci tornerò su quando ne avrò completato la lettura, fittissima, intensa, che richiede una costante attenzione. Ecco qua la prima ottava, nella traduzione della Vitale:

Amo l’apparizione del tessuto
quando una, due, più volte
manca il fiato e infine arriva
il sospiro che risana.

E tracciando verdi forme,
quasi archi di vele in regata
gioca lo spazio assonnato,
bambino ignaro della culla.

Il primo impatto farebbe esclamare: ma è incomprensibile! All’incomprensibilità, tra l’altro, contribuisce l’ignoranza della lingua. Poi leggi, nel commento, che nella tradizione russa si trova spesso la metafora del tessuto come materia della poesia. I versi dunque parlano della poesia: anzi, della nascita della poesia. Poi entra in gioco il senso di una costruzione, della visione di una regata, e sono i versi che sfilano, s’impennano, come vele, nascono quasi autonomi dalla penna del poeta, come se non ne avesse consapevolezza, e tuttavia proprio nella costruzione del verso sta la sua consapevolezza. Tutti coloro che inneggiano alla poesia immediatamente comprensibile, all’intuizione illuminante, alla crociana “espressione del sentimento”, sono qui serviti. “Se un’opera in versi si rivela riassumibile, lì la poesia non ha mai messo piede ...” dichiara Mandel’štam. Mi sono sentito felice a leggere quest’affermazione, espressa da un grande poeta. Perché riassume in una frase ciò che credo di avere capito fin da bambino, fin da quando mia madre mi fece leggere La quiete dopo la tempesta, e capii subito che la tempesta non è solo la tempesta. La poesia nasce dal corto circuito di pensiero ed emozione, l’uno senza l’altra non produce poesia, non canta. Quando nel primo canto del Paradiso, mentre il personaggio Dante e la sua guida Beatrice salgono al cielo della luna, il poeta Dante (che non è il personaggio!) mette in bocca a Beatrice un inno all’armonia dell’Universo, per spiegare il senso di quel volo che apparentemente infrange la legge della gravità (Dante non la conosceva come tale, ma sapeva che i corpi scendono, cadono, il fuoco invece sale). Non cito a caso Dante. E’ un saggio su Dante il testo teorico più significativo di Mandel’štam. Dante personaggio aveva chiesto alla sua guida come mai il suo corpo vincesse la forza di gravità – nella lingua scientifica di Dante: come mai invece di cadere il suo corpo saliva. Beatrice sente il bisogno d’inquadrare la spiegazione in un ordine universale delle cose. Dante non lo conosceva. Ma si pensa a Lucrezio. Lo spirito è quello: la poesia come febbre della conoscenza. E Beatrice attacca:

Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro e questo è forma
che l’Universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l’alte creature l’orma
dell’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
Nell’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar dell’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.

Se il lettore non sa che “forma” è il termine tecnico con cui Aristotele, e quindi San Tommaso, definiscono la struttura delle cose, come capirà questo lettore la sublime poesia di questo passo? Ecco: anche la poesia richiede erudizione, conoscenza, studio, applicazione, ostinata insistenza di comprensione. Chi non vuole affrontare lo sforzo, se ne tenga lontano. L’idea che un’opera debba riuscire immediatamente, intuitivamente comprensibile è l’idea di chi vuole semplificare la realtà, nasconderne la complessità, perché costerebbe fatica affrontarla. Invece anche la poesia è fatica, richiede fatica. Al poeta e al lettore. Chiudo con un bellissimo aforisma di Robert Schumann, che cito spesso, ma che coglie perfettamente l’abisso tra chi conosce la complessità della poesia e chi vorrebbe immediatamente gustarla, come un bicchiere di Coca Cola, un gelato, un giocattolo usa e getta. “Mi piace, non mi piace, dice la gente. Come se non ci fosse niente di più importante da fare al mondo che piacere alla gente”. Ha ragione Schumann. Attenti! Ascoltate, infatti, Rimbaud: la poesia non apre necessariamente un paradiso, può invece essere più spesso un viaggio all’inferno:

ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l’Universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ancora Dante. Lo chiama in causa anche Serena Vitale, che pone a intestazione del prezioso volumetto le seguenti terzine del Paradiso:

Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume
ciò che per l’universo si squaderna;
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dicoè un semplice lume.

Mi commenti questi versi chi non sa niente della Metafisica di Aristotele e della riflessione teologica di San Tommaso! C’è anzi, perfino un pizzico di Duns Scoto!

Di nuovo mi soccorre Dante:

Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e conoscenza.

Versi che Primo Levi cita in Se questo è un uomo a illuminare l’orrore di Auschwitz. Non servono commenti.

Fiano Romano, 16 luglio 2017

1Titolo di una raccolta di saggi.